Nov 13 2008

Alcuni commenti alle proposte di Francesco Giavazzi

Categoria: Editoriale Coordinamento Precari @ 11:36

di Fabrizio Ameli e Lara Benfatto

Vorremmo che la risposta ad alcuni messaggi, che tendono a denigrare il mondo dell’Università e della Ricerca, venisse data da ciascuno di noi attraverso la lettura di alcuni, pochi, numeri:

  • In Italia il numero di ricercatori per forza lavoro è del 2.8 per mille, contro il 5.4 per mille dell’EU [1];
  • l’età media di ingresso in ruolo dei ricercatori è 36 anni [2];
  • l’età media dei ricercatori in ruolo è 45 anni [2];
  • il compenso di un ricercatore italiano è i 2/3 dell’omologo di tanti paesi in Europa (Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda per nominarne alcuni);
  • il numero medio di studenti per docente in Italia è 21,4, mentre la media OCSE è del 15,8 [3]; ridurre il numero degli studenti a quello “effettivo” tenendo conto di quanti non frequentano regolarmente e’ un modo ipocrita di ammettere il fallimento del diritto allo studio. Molti studenti non frequentano per la mancanza di aule, per i corsi sovraffollati e per la difficolta’ economica di mantenersi in una citta’ diversa da quella della famiglia. Ad ogni modo, questi studenti pagano le tasse, e partecipano alle sessioni di esame, quindi non si capisce come possano essere considerati non “effettivi”;
  • il finanziamento pubblico alla ricerca è l’1.1% del PIL contro l’1,8% dell’EU;
  • il finanziamento pubblico all’universita’ e’ lo 0.6% del Pil, contro l’1.1% dell’EU;
  • in quanto a risultati scientifici, l’Italia occupa le prime posizioni in molteplici campi [4, 5].
  • La lettura di questi dati mi sembra ovvia: l’Italia spende poco per la ricerca; i ricercatori strutturati sono pochi, mal pagati, e vecchi; nonostante questo, si ottengono risultati di eccellenza, spesso grazie al contributo irrinunciabile di un numero enormi di ricercatori atipici, pagati ancora meno e con contratti che non garantiscono i diritti minimi dei lavoratori. In particolare, il punto 2 smentisce con forza le affermazioni di Francesco Giavazzi quando scrive “I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari”: si entra in ruolo molto dopo aver terminato il dottorato! Quanto alle stabilizzazioni, queste riguardano una particolare categoria di lavoratori atipici, cioe’ quanti hanno contratti di lavoro a tempo determinato. Tale categoria non tocca affatto i ricercatori del mondo universitario, che non usa praticamente mai contratti a tempo determinato per la ricerca, ma lo fa in piccola parte per il personale amministrativo. Anche negli Enti di Ricerca solo una parte del personale precario e’ assunto con contratto di lavoro subordinato, e come tale potrebbe usufruire delle stabilizzazioni. Tuttavia, se andiamo a guardare i dati della Ragioneria Generale del Tesoro [7] si scopre che nel 2007 solo l’1.7% del personale stabilizzabile degli Enti di Ricerca e’ stato effettivamente assunto (27 unita’), a fronte del 27% del personale delle Regioni (6370 unita’), e la totalita’ del personale stabilizzabile delle Agenzie fiscali (1836 unita’).

    Il punto 3 invece cancella quella tesi secondo la quale per avere accesso ad un posto di ruolo come ricercatore è sufficiente mettersi in fila e aspettare, a prescindere dai meriti.

    Invece di colpevolizzare e sminuire i ricercatori di ruolo e precari, gli uni perché sono entrati “barando” e gli altri perché ambiscono a fare lo stesso, forse bisognerebbe esordire con frasi del tipo “pensate quanto si potrebbe migliorare un sistema che produce già eccellenti risultati”.

    In realtà non è così: il meccanismo della fila, l’assunzione mediante concorsi di cui già si conosce il vincitore, una cooptazione falsamente equa, sono il mezzo con cui si riesce a pagar poco la ricerca.

    Mi spiego meglio: se l’assegnazione di una borsa, di un contratto, o altro, avviene non attraverso un concorso pubblico ma con una selezione “ad personam”, il “vincitore” sarà in obbligo verso chi l’ha scelto. Questo crea una condizione di asservimento per cui ogni richiesta è lecita: lavorare oltre il normale orario, ricoprire qualsiasi mansione, trascorrere periodi senza essere pagato. E’ il famoso teorema della “passione per la ricerca”, secondo cui qualunque cosa è ammissibile per soddisfare la propria sete di conoscenza.

    Nonostante questo, in larga parte i “baroni” non sono così stupidi da far assumere solo i familiari (le amanti rientrano già in questa categoria?) ma applicano una feroce selezione in modo che alla fila accedano comunque i più capaci (e i risultati lo dimostrano).

    Lo Stato si appoggia su questo sistema consapevolmente (perché spendere di più quando ho già i risultati che voglio?) e lesina borse di studio (siamo tra i paesi che ne mettono a disposizione di meno) aumentando le tasse (in Europa sono tra le più alte) come emerge dai dati dell’OECD per gli anni 2004-2005 [6]. Nel modello Nord-Europeo il diritto allo studio e’ garantito con tasse bassissime o inesistenti e forti finanziamenti agli studenti tramite borse di studio: questo e’ il modello a cui anche noi dovremmo guardare. Si volge invece lo sguardo al modello americano: ma anche qui, dove le tasse sono consistentemente piu’ alte che in Italia, il 75% degli studenti ha accesso a borse di studio per merito. E comunque questo stesso sistema e’ stato fortemente messo in discussione dal nuovo Presidente Obama, che durante la campagna elettorale ha ribadito la necessita’ di andare verso una detassazione dell’accesso allo studio, come unica strategia di vera equita’ sociale.

    Se invece si introducesse il “libero mercato”, allora si’ che toccherebbe pagare seriamente i ricercatori: in questo caso, chissà, forse anche il dottorando di Chicago o di Heidelberg potrebbe decidersi a venire in Italia.

    Con questo non voglio dire che non sia necessaria una riforma del sistema, anzi, i primi a chiederla sono proprio i precari; quello che dubito è che la legge 133/08 [7] e le correzioni apportate dal recente decreto legge del 10 novembre siano minimamente efficaci.

    Concordo con la necessità di impedire la promozione di 4000 strutturati tra ricercatori e associati favorendo invece l’assunzione di nuovi ricercatori (e bisogna riconoscere che in questa direzione si muove il decreto).

    Non credo però che si riuscirà mai a trovare un meccanismo equo per il reclutamento di ricercatori e docenti: la risposta alla domanda di Giavazzi “Chi ha paura del sorteggio?” è: “nessuno”! Certo, il decreto complica un po’le cose introducendo il meccanismo del sorteggio degli esaminatori, ma alla fine il sistema è talmente auto-referenziale che si troverà di sicuro un meccanismo per aggirare queste regole.

    Quello che veramente manca (o è scarsamente applicato) nelle Università è un sistema di valutazione dell’operato dei gruppi che ricevono finanziamenti e personale: in questo non posso che concordare con Giavazzi; tale procedura introdurrebbe in modo automatico una selezione meritocratica. Ed è per questo che non si farà mai! Il governo vara procedure d’effetto che non cambiano la sostanza delle cose.

    Un altro provvedimento necessario potrebbe esser il seguente: dal momento che la missione principale dell’Università è la didattica, bisognerebbe accertarsi che chi ricopre tale incarico poi lo realizzi effettivamente, in prima persona; in questo modo si cancellerebbe un’altra roccaforte del “baronato”, per cui sono dottorandi e contrattisti ad assumersi l’onere di lezioni ed esercitazioni. Sarei curioso di sapere se persone che guadagnano nel privato centinaia di euro l’ora sarebbero ancora disposte ad applicarsi a tempo pieno alla docenza!

    Referenze:

    [1] http://ec.europa.eu/invest-in-research/monitoring/statistical01_en.htm

    [2] http://www.vsu.it/

    [3] http://statistica.miur.it

    [4] http://www.buconero.eu/2008/11/il-prof-ugo-amaldi-sulla-ricerca-italiana

    [5] http://www.excellenceranking.org

    [6] http://www.oecd.org

    [7] http://www.parlamento.it/

    [8] http://www.civr.it

    [9] http://www.contoannuale.tesoro.it/sicoSito/presentazione_conti.jsp

    Per gli articoli di Francesco Giavazzi:

    [9] http://www.igier.uni-bocconi.it/whos.php?vedi=1016&tbn=albero&id_doc=177

    7 risposte a “Alcuni commenti alle proposte di Francesco Giavazzi”

    1. LucaS ha scritto:

      Concordo in tutto. Pero` anche a fare didattica si puo` guadagnare non male. Un’ora di lezione come prof. a contratto viene pagata 120 Euro lordi nelle univ. pubbliche del nord Italia. Chissa quanto pagano un’ora di lezione a contratto alla Bocconi. Secondo me di meno …

    2. Amedeo ha scritto:

      Questa è una delle iniziative più importanti: fare chiarezza su numeri e dati reali.
      Ma le cosa stanno effettivamente come voi le descrivete?

      Recentemente R. Perotti ha scritto un libro: L’università truccata. Egli sostiene che ci sono 4 falsi miti:

      • che non è vero che l’università è sotto finanziata
      • che non è vero che siamo poveri ma bravi
      • che non è vero che il nepotismo sia tutto sommato un fenomeno contenuto
      • che non è vero che perché gratuita, l’università in Italia sia anche egalitaria

      Poiché oggettivamente il libro di Perotti è stato usato come base teorica per l’attacco mediatico al mondo dell’università e della ricerca, se volete difendere le vostre tesi dovete anche mostrare che quelle avanzate da Perotti sono false.

    3. Amedeo ha scritto:

      Vi segnalo questo blog

      http://unimediapisa.wordpress.com/

    4. Paolo Valente ha scritto:

      Non e` poi cosi` difficile.
      I libri possono anche contenere cose non esatte, non vere.
      Perche’ non ci si e` documentati, o magari perche’ si e` in cattiva fede.
      Ecco qui un po’ di numeri:
      http://www.slideshare.net/paoletto1969/presentazione-infn-presentation

    5. Amedeo ha scritto:

      È sicuramente un buon lavoro, ma insisto ancora nel non sottovalutare il libro di Perotti. Se adottiamo l’atteggiamento di scrollare le spalle dicendo tanto non è in buona fede o altro di questo genere commettiamo un errore.

      A pagina 7 della presentazione è mostrato un dato sulla spesa in Italia per la formazione universitario: 8026 $ quindi poco.
      Ma Perotti prendere questo numero e lo moltiplica per 1/0.482 dicendo che questo è il modo per considerare la spesa effettiva per “studente equivalente a tempo pieno”. Così facendo si fa il miracolo e l’università italiana diventa tra le più costose del mondo e quindi si “dimostra” che è falso il mito che l’università e sottofinanziata.
      Bene ci sono decine di migliaia di studenti, e molti docenti, pronti ad accettare la tesi di Perotti! Perché so che molti lo hanno già fatto, li conosco di persona!

      Con questo tutti i vostri bei numeri spariscono come d’incanto e vi ritrovate, come dicono dalle nostre parti, “in braghe di tela”.

      Slide e studi vari servono a ben poco per contrastare l’imponente apparato di disinformazione che ha a disposizione il nostro avversario. Davanti alla semplice replica di Perotti, tutti i vostri lavori diventano acqua fresca.

      Se volete avere qualche possibilità di vincere questo confronto dovete, anzi dobbiamo, analizzare e smontare pezzo per pezzo le argomentazioni che Perotti usa nel capitolo 3 del suo libro.

    6. Mariangela ha scritto:

      Il mago dei numeri.

      Il bocconiano Roberto Perotti, autore di un libro recensito sul Corriere, afferma di avere le prove che in Italia si spende troppo per l’universita’, in particolare il ‘costo per studente’ sarebbe troppo alto.
      Eppure, secondo i dati ufficiali contenuti nella pubblicazione Education at a Glance dell’OCSE, il ‘costo per studente’ e’ stimato in 7.723 $ all’anno. Ma, argomenta Perotti, tali dati non terrebbero conto della presenza degli studenti fuori corso e di quelli che non frequentano, di conseguenza il dato andrebbe rinormalizzato: dopo tale operazione il valore stimato sale a 16.027 $ (piu’ del doppio) catapultando l’Italia in cima alla graduatoria, dietro a USA, Svizzera e Svezia.

      Alessandro Figa’ Talamanca in una lettera al Corriere (7 ottobre 2008) osserva che

      i dati Ocse pubblicati nel 2008 si riferiscono gia’ a studenti equivalenti a tempo pieno e tengono conto dei ritardi negli studi, come indicato nella tabella B1.1a del documento e come spiegato nella nota tecnica allegata.

      Il prof. Perotti risponde a stretto giro di posta, sul Corriere (8/10/2008), sostenendo la llegittimita’ delle sue manipolazioni senza pero’ spiegare precisamente su quali dati si basino.

      Abbiamo quindi indagato piu’ a fondo con i seguenti risultati:

      * effettivamente i dati OECD si riferiscono agli studenti equivalenti per tutti i paesi tranne Italia, Austria e Germania (quindi non solo per l’Italia, come erroneamente affermato dal Perotti nel suo libro, si leggano le note del documento, pag.8 http://www.oecd.org/dataoecd/8/26/41271828.pdf);
      * per le statistiche OECD uno studente e’ a tempo pieno se segue un programma di studi che prevede almeno il 75% di una annualita’: questo perche’ in alcuni paesi -come il Regno Unito- gli studenti lavoratori possono iscriversi part time stabilendo in principio una riduzione del numero di crediti conseguibili in modo da ottenere uno sconto sulle tasse universitarie;
      * la rinormalizzazione del Perotti deriva da una stima degli ’studenti equivalenti’ ottenuta riducendo gli studenti di un fattore 0.483. Tale coefficiente e’ attribuito al MIUR, ma non viene dato alcun riferimento che consenta di capire come sia calcolato;
      * lo stesso (nel libro) Perotti avvere che questi dati sono poco credibili: in una minuscola nota (nota 3, in fondo al capitolo a pg. 71) avverte il lettore:

      In realta’ ora la spesa italiana e’ fin troppo alta: forse non e’ del tutto plausibile che si spenda quasi il doppio per studente equivalente a tempo pieno che in Nuova Zelanda [...] .

      avvertimento che si e’ totalmente perso nel passaggio sui mass-media.

      Per ironia della sorte il titolo del libro in questione e’ L’universita’ truccata ma, in questo caso, ad essere truccate sono proprio le statistiche dell’autore: prende un dato ufficiale, lo manipola in maniera arbitraria e lo confronta con gli altri, come se si trattasse di dati ‘omogenei’. Il risultato -sensazionale!- e’ purtroppo statistica-spazzatura.

      Insomma -ad essere onesti- il libro del professor Perotti andrebbe corretto cosi’: anche se l’Italia raddoppiasse la spesa per studente universitario, continuerebbe ad investire in formazione meno rispetto a USA, Svizzera e Svezia.

      Suona diverso, vero?

      PS: il prof. Benadusi fa notare sull’Unita’ del 3.11.2008 che la spesa media annua per studente e’ un dato intermedio che serve in realta’ per valutare la spesa media sull’intero percorso di studi (tabella B1.5, pag 210 del rapporto OECD): questo e’ il dato piu’ significativo, e in questo caso l’errore che si commette non distinguendo tra studenti part-time e full-time viene bilanciato dall’allungarsi della durata degli studi (come correttamente osservato nella nota tecnica). Inutile dire che -come c’era da aspettarsi- la spesa media sull’intero corso di studi dell’Italia e’ ben al di sotto della media OECD.

      (FONTE: http://unimediapisa.wordpress.com/2008/10/25/il-mago-dei-numeri/#comments)

    7. Paolo Valente ha scritto:

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