Nov 02 2008

Il prof. Ugo Amaldi sulla ricerca italiana

Categoria: Editoriale Paolo Valente @ 21:45

In questi giorni il prof. Ugo Amaldi ha fatto circolare un documento contenente interessanti considerazioni e cifre, in particolare citando e commentando il lungo articolo di Sir David King, consigliere scientifico di Blair, pubblicato su una delle riviste scientifiche piu` autorevoli al mondo, Nature nel 2004 (vol. 430, pagg. 311-316).

Lo pubblichiamo dunque sul nostro sito, certi di far cosa gradita non solo a Ugo Amaldi, ma soprattutto a chi vuole saperne di piu` da una fonte cosi` autorevole.

E` impossibile condensare gli oltre quaranta anni di carriera scientifica di Ugo Amaldi, dalla laurea in fisica nel 1957, agli anni come dirigente di ricerca all’Istituto Superiore di Sanita` di Roma e come rappresentante del Ministro della Sanità nella Commissione tecnica che, presso il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, dava le licenze di esercizio degli impianti e reattori nucleari, fino agli anni al CERN di Ginevra, come responsabile di uno dei quattri esperimenti all’acceleratore LEP (DELPHI) o come studioso dei neutrini con l’esperimento CHARM. Negli ultimi anni si e` occupato dell’utilizzo dei fasci di particelle per la cura dei tumori, in particolare e` stato protagonista della creazione della fondazione TERA prima e del Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica poi. Una biografia scientifica piu` dettagliata e` reperibile qui.


LA RICERCA ITALIANA DI PUNTA PRODUCE RISULTATI PIÙ CITATI INTERNAZIONALMENTE DI QUELLE AMERICANA, FRANCESE, TEDESCA E GIAPPONESE

In questo periodo la ricerca italiana è denigrata da (quasi) tutti senza tener alcun conto del fatto che i finanziamenti annuali e il numero di ricercatori sono in Italia molto inferiori a quelli degli altri paesi sviluppati. Sir David King, consigliere scientifico del premier Blair, ha pubblicato su Nature nel 2004 (Vol. 430, 311-316) un articolo intitolato “The scientific impact of Nations” da cui si deduce - con semplici operazioni di divisione - che questi (pre)giudizi non hanno alcun fondamento. La Tabella 3 di questo articolo mostra che l’Italia ha la metà dei ricercatori della Francia e del Regno Unito, nonostante le popolazioni siano uguali. Il numero di dottorati di ricerca è addirittura tre volte inferiore.

Tabella 3

Tabella 3

La novità dell’articolo sta nella Tabella 1, che contiene il numero degli articoli scientifici che sono stati più citati negli anni 1997-2001. Il criterio scelto per definire i lavori “più citati” è molto restrittivo: si tratta della fascia che contiene soltanto l’1% degli articoli che hanno ricevuto citazioni in ogni campo sia di scienza che di ingegneria considerato separatamente. Non si privilegia cosí alcun settore della ricerca. Questa valutazione è stata fatta dal Thomson Institue for Scientific Information analizzando 8000 riviste pubblicate in 36 lingue. I risultati, riportati nella Tabella 1, mostrano che, per numero di articoli scientifici molto citati, l’Italia sta al settimo posto dopo gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, il Giappone, la Francia e il Canada.

Table 1

Tabella 1

Ma il confronto non è corretto, perché non soltanto l’Italia ha molti meno ricercatori per milione di abitanti; anche l’investimento per ricerca e sviluppo, come tutti sanno, è l’1% del Prodotto Nazionale Lordo, mentre la Francia e la Germania investono quasi tre volte di più. Bisogna invece dividere i numeri della Tabella 1 per quelli della Tabella 3. Cosí si vede che l’Italia della scienza e dell’ingegneria di punta supera, nell’ordine, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania e il Giappone. In conclusione, i nostri pochi fondi sono bene investiti e i caposcuola esistono.

Nazione « Top 1% cited papers 1997-2001» da Tabella 1 « Full-time researchers » da Tabella 3 Rapporto x100
Gran Bretagna 4.800 147.000 3.27
Canada 2.200 90.000 2.44
Italia 1.600 70.000 2.28
USA 23.700 1.150.000 2.06
Francia 2.600 155.000 1.67
Germania 3.900 240.000 1.62
Giappone 2.600 640.000 0.41

Ginevra, 30 ottobre2008

Ugo Amaldi


L’articolo di King su Nature:

7 risposte a “Il prof. Ugo Amaldi sulla ricerca italiana”

  1. Bianca ha scritto:

    Nel suo libro, L’università truccata, Roberto Perotti sostiene che sia un falso mito quello dei “poveri ma bravi”. Nella sua argomentazione cita anche l’articolo di Sir David King riportato sopra. Le conclusioni alle quali perviene sono diametralmente opposte a quelle di Amaldi.

    Chi ha ragione?

    Sorprendentemente in tutta la trattazione Perotti evita accuratamente di parlare di rapporto tra risultati e soldi investiti nella ricerca.
    Egli propone a più riprese dei valori che stimano la produzione del sistema di ricerca italiano, ma mai la produttività. Evita accuratamente di fare quello che ha fatto Amaldi, una banale divisione.
    Se la tesi di Perotti è quella di mostrare che il “poveri ma bravi” è un falso mito allora dovrebbe cercare di misurare la produttività del sistema e non la produzione totale. Sembra ovvio!
    Ma perché non lo fa?

    Non ci credete? Leggete con attenzione il capitolo 3 del suo libro, da pagina 44 a pagina 52.

    Ricordo che Perotti non è uno sprovveduto, è sicuramente un economista di chiara fama.

    Non è l’unico “strano errore” metodologico presente nel libro di Perotti. Anche quando cerca di mostrare come sia falso che “all’università italiana mancano le risorse” (da pag 35 a 43) compie un errore di metodo estremamente grossolano nella sua argomentazione.
    Chi è in grado di vederlo?

  2. Spinetti Mario ha scritto:

    e’ facile capire che gli argomenti del Perotti, come quelli di tutti coloro che parteggiano ciecamente per il governo sono volutamente distorti.

    Come mio commento, aggiungo che gli effetti sul lungo periodo dei provvedimenti in discussione, se approvati, sarebbero devastanti. Si romperebbe la "catenaria" del sapere poiche’ i precari attuali, in procinto di essere spazzati via, sono quelli che dovrebbero fare da guida alle future generazioni!
    Basta vedere quanto successo in Russia un decennio fa!
    Auguri!

  3. Bianca ha scritto:

    L’importanza del libro di Perotti.

    Caro Spinetti.

    Lo sbaglio più grande che possiamo fare in questo momento è sottovalutare l’importanza e il ruolo del libro di Perotti.

    Il libro di Perotti costituisce la matrice teorica per l’attacco al sistema universitario italiano. Senza di esso questo attacco non sarebbe stato sostenibile.

    Credo che tutti dovremmo leggere con estrema attenzione il terzo capitolo di questo libro.
    Non è una coincidenza che esso sia uscito proprio ora. Non lo è affatto.

  4. Amedeo ha scritto:

    Avete letto l’ultimo comunicato stampa del CUN:

    Il Presidente del Consiglio Universitario Nazionale (CUN) afferma con forza l’assoluta contrarietà all’ipotesi di blocco dei concorsi universitari in atto e

    denuncia il contenuto denigratorio di alcuni articoli di stampa nei confronti del sistema universitario italiano….

    Non se ne può più!

    Sono d’accordo con Bianca. Senza il libro di Perotti tutta questa incredibile campagna denigratoria di balle sistematiche e di valanghe di merda che ci viene sparata contro, non sarebbe stata possibile.
    Se ora salta fuori che questo Perotti imbroglia beh, allora penso che il nostro primo dovere sia quello di smascherarlo!
    Dobbiamo leggere quel libro e dobbiamo smontare punto per punto le balle che racconta.
    Ma lo capite o no che i “suoi falsi miti” sono stati inventati apposta per metterci contro la gente e gli studenti?

    Sto Perotti è venuto a Padova è lo ho ascoltato per bene.
    Ha esplicitamente spronato gli studenti a mettersi contro docenti e ricercatori!

  5. Giorgio Benedek ha scritto:

    La campagna di alcuni docenti della Bocconi, Ugo Perotti in testa, ha una fine molto preciso: dimostrare che l’università pubblica non funziona mentre l’università privata (la loro) funziona benissimo (infatti è, nella più benevola classificazione, 48a nel mondo tra le scuole di economia; in Europa ce ne sono molte migliori, e sono pubbliche). Il professore ordinario Roberto Perotti è certamente nel suo campo docente di fama. Le sue pubblicazioni tra il 1990 e il 2000 hanno collezionato 234 citazioni, ponendolo al 229° posto nel ranking dei ricercatori di economia. Questo numero di citazioni in un decennio è quanto ci si aspetta, nel nostro raggruppamento disciplinare FIS03, da un discreto professore associato. Chi aspira a un posto di ordinario è bene che abbia un coefficiente H superiore a 20, ossia un numero di citazioni superiore a 400. Per fare un paragone il Prof. Ugo Amaldi con il solo articolo Phys. Rev. D 36, 1385 (1987) totalizza 272 citazioni, e sono certo che non è il suo articolo più citato.
    Il rapporto di David King con la postilla di Ugo Amaldi dimostra appunto che la qualità della produzione scientifica italiana, rapportata all’entità degli investimenti, è eccellente. Se però la confrontiamo con il ranking globale delle nostre universitarie, vediamo che esse sono molto, molto indietro. Poichè il ranking è una misura non solo della qualità scientifica ma anche della qualità delle infrastrutture e del servizio, ne segue che nel settore scientifico le università italiane funzionano complessivamente in modo eccellente sul piano accademico, mentre funzionano molto male in tutto ciò di cui portano responsabilità il governo e le pubbliche amministrazioni. Sarebbe opportuno che i nostri colleghi della Bocconi, da buoni economisti, imparassero ad analizzare correttamente il sistema universitario e ad avere maggiore rispetto dell’alto livello scientifico che l’università italiana rioesce ad esprimere nonostante le condizioni al contorno da terzo mondo.
    Bravo Ugo, un caro saluto!

  6. Luca Tedesco ha scritto:

    Il Prof. Amaldi però non cita la tabella n. 3 dell’articolo di King, in cui i dati vengono <> (pp. 311-312). Utilizzando tale parametro (RBI), che quindi misura sì la media di citazioni per pubblicazioni dando però allo stesso tempo maggior peso alle discipline in cui si cita meno frequentemente, l’Italia è al dodicesimo posto (tab. 3, p. 313) assieme peraltro alla Francia, cosa poi non così disprezzabile. Non so se questo RBI sia un parametro soddisfacente ma non capisco, e lo dico senza alcuna retorica, perché il Prof. Amaldi lo “snobbi” senza darne giustificazione. Qualcuno può darmi lumi?

  7. Luca Tedesco ha scritto:

    Il Prof. Amaldi però non cita la tabella n. 3 dell’articolo di King, in cui i dati vengono "re-based, to avoid distortions due to different citation rates in different disciplines, by normalizing to the average for each field and accounting for year of publication" (pp. 311-312). Utilizzando tale parametro (RBI), che quindi misura sì la media di citazioni per pubblicazioni dando però allo stesso tempo maggior peso alle discipline in cui si cita meno frequentemente, l’Italia è al dodicesimo posto (tab. 3, p. 313) assieme peraltro alla Francia, cosa poi non così disprezzabile. Non so se questo RBI sia un parametro soddisfacente ma non capisco perché il Prof. Amaldi lo “snobbi” senza darne giustificazione.

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