Mag 10 2009
Tante voci sull’R5 (e alcune riflessioni)
Il rappresentante nazionale dei ricercatori ha reso disponibile una pagina web che raccoglie tutte le iniziative sulla "Selezione per idoneità per contratti a tempo determinato… eccetera eccetera", impropriamente detta R5.
Ho trovato impressionante vedere così sintenticamente riassunte tutte le voci che hanno espresso una critica su questa selezione, sebbene con sfumature diverse, e questo mi ha portato ad alcune riflessioni.
- La prima, appunto, a che vedere con il fatto che un punto comune di tutte le voci che si sono espresse criticamente rispetto a questa decisione non è affatto l’idea che non si debba selezionare chi vuole fare ricerca nell’INFN (ma vale per l’intero sistema della ricerca, evidentemente). Al contrario, c’è un consenso abbastanza ampio sul fatto che si debba, ad un certo punto della carriera di un giovane, inserire una valutazione seria, finalizzata a incanalare una persona verso l’inserimento nel percorso di carriera del ricercatore o tecnologo, o verso il mondo produttivo. Nessuno, però, tra quanti si sono espressi, riesce a ricondurre quest’idea ad un meccanismo come quello dell’R5 (il prof. Bressani non me ne vorrà, ma "giornalisticamente" è più efficace utilizzare un nome non corretto ma evocativo e "veloce"). Qual è allora l’idea alternativa di selezione che sottende queste critiche? Anche qui ci sono diverse idee, ma a me sembra che ci sono sostanzialmente due modelli, tra i quali si può eventualmente introdurre un angolo di mixing:
- il modello del passato, con concorsi a tempo indeterminato e un ricorso limitato, nel numero e nell’estensione temporale, ai contratti a tempo determinato;
- un percorso di tipo tenure track, ovvero una sequenza di contratti via via più selettivi che sfocino nel contratto a tempo indeterminato, con una sequenza di "check-point" ben definiti che permettano a chi non viene selezionato di uscire per tempo dal mondo della ricerca.
Entrambi i modelli debbono fare i conti con problemi reali: il diverso modello di finanziamento, e in particolare la quota molto cresciuta di fondi esterni il modello "vecchio stile", solo concorsi a tempo indeterminato; la particolare rigidità normativa italiana e il carattere di pubblico impiego dei dipendenti degli enti di ricerca, il modello "tenure".
- La seconda riflessione è ancora su un punto comune a tutte le critiche: il fatto cioè che questa "abilitazione" è totalmente scorrelata dall’intero sistema di reclutamento dell’Università e degli enti di ricerca, ovvero non trova analogie, per il semplice fatto di essere debole: si tratta di un esame poco selettivo o comunque non selettivo sulle specifice competenze professionali del ricercatore o del tecnologo (ricorre il termine "scolastico"). Né, d’altronde, potrebbe essere diversamente, dal momento che a fronte di questa selezione, il "premio" è altrettando "debole": si "vince" solo la possibilità di essere precari, di avere un contratto a tempo determinato, e inoltre la probabilità di ottenere in effetti questo contratto è del tutto indeterminata.
- Infine, la terza riflessione è sul modo in cui la politica scientifica vada esercitata in un sistema di ricerca, come ad esempio un’ente come l’INFN. Senza arrivare a riflessioni filosofiche sulla natura del potere (che metterebbero a dura prova i miei ricordi degli studi liceali), mi viene da pensare che il nostro particolare mondo è regolato non solo dal binomio potere-responsabilità, o se vogliamo quello machiavellico mezzo-finalità, ma piuttosto dall’equilibrio tra innovazione e consenso. In questo caso il consenso non è quello della politica, ma più limitatamente quello "scientific consensus" che si basa sul concordare su una serie di presupposti (teorie, modelli, procedure sperimentali, nozioni…) che si sono affermati in una vasta maggioranza della comunità e nel tempo, perché non sono stati falsificati dal metodo scientifico. Secondo me, chi, pro tempore, porta su di sé la responsabilità delle decisioni di politica scientifica, anche se in piena legittimità esercita il potere corrispondente, non può e non deve ignorare la voce della propria comunità.

