gelmini firma per il nucleare
Proprio nella data del ventiquattresimo anniversario del disastro di Chernobyl, ieri, anche il ministro dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini ha ribadito il sì del governo sul nucleare in Italia. In occasione del vertice italo-russo di Lesmo, infatti, è stata firmata una dichiarazione di intenti tra Miur italiano e Ministero della ricerca scientifica russo.
Ad essere in ballo, rende noto un comunicato del Miur, sono due grandi progetti per la promozione della ricerca nel settore della fusione nucleare.
In particolare, l’intesa riguarda i programmi di ricerca denominati “Ignitor” e “Super B”. Il primo riguarda la realizzazione in Russia di un innovativo reattore sperimentale a fusione nucleare che verrà utilizzato come fonte di energia. Il secondo, invece riguarda l’Italia più da vicino e prevede infatti la realizzazione di un acceleratore di particelle di nuova generazione che consentirà “una più alta intensità di collisioni tra particelle, permettendo la produzione di quark pesanti”.
Fonte: universita.it
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di GIORGIO PRINZI
In questi giorni il Premio Nobel Rita Levi Montalcini ha, in occasione del suo centounesimo compleanno, rinnovato l’appello ad evitare “l’emorragia di cervelli”, la fuga dall’Italia di giovani qualificati e preparati che potrebbero contribuire al nostro progresso, ma che, non trovando opportunità in Italia, lasciano il nostro Paese impoverendolo delle loro capacità.
Emblematico di questo “investimento contro terzi”, ma a spese del contribuente italiano, è ad esempio il fatto che, pur in una situazione di stallo del settore nazionale nucleare, le nostre università hanno licenziato in media un centinaio di ingegneri nucleari all’anno, la quasi totalità dei quali è andata a lavorare all’Estero contribuendo con la loro qualificata preparazione a rendere floride altre realtà.
Certo, è un caso estremo, ma per questo particolarmente emblematico. La formazione e la preparazione che le nostre università danno è, almeno in percentuale, di prestigio internazionale, se i laureati nel nostro Paese in un settore non operativo e attivo, quale quello nucleare, hanno trovato con facilità sbocco professionale in altre avanzate e progredite realtà. Di contro, esiste una collaterale situazione generalizzata che provoca inefficienza ed appiattimento, persino una sorta di “laurefici” senza sostanza, di recente stigmatizzata persino dalla Corte dei Conti che ha rilevato come l’introduzione delle cosiddette lauree brevi ha portato a un moltiplicarsi dei corsi, e delle cattedre, spesso con assai discutibili risultati sulla formazione.
Sembra che i ritorni negativi pesino soprattutto sulla Pubblica Amministrazione, dove il burocratismo, spesso anche clientelare, non discerne la preparazione reale da un pezzo di carta, magari conseguito con poca e breve fatica. Che fare, allora? La prima cosa è a nostro avviso prendere atto della coesistenza di due diverse situazione, nello specifico in riferimento alla situazione romana, ma anche del convivere nelle stesse realtà di situazioni diametralmente opposte, in cui convergono e si esaltano i mali endemici di una struttura universitaria di cultura burocratica, baronale e nepotista.
Prima di andare oltre vogliamo ancora soffermarci su qualcosa di positivo. Un prototipo di propulsore ad energia solare ed aria progettato da sette studenti dell’Università di Padova e realizzato presso i laboratori del Centro interdipartimentale studi e attività spaziali della stessa università è stato scelto dall’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea, per equipaggiare un pallone stratosferico che verrà lanciato il prossimo ottobre dal territorio svedese; un gruppo di fisici, ricercatori e tecnici dei dipartimenti di Fisica e Ingegneria dell’innovazione dell’Università del Salento e della sezione di Lecce dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) ha partecipato all’esperimento italo-cinese Argo-Ybj, che si svolge nel laboratorio d’alta quota di YanBaJing, in Tibet, e si occupa dello studio dei raggi cosmici.
I cervelli ci sono e da Nord a Sud, perché allora qualcosa (forse molto) non funziona? Perché a nostro avviso come i famosi semi della parola evangelica per crescere e fruttificare devono trovare il terreno adatto. Se cadono sulle rocce non potranno germogliare. È la società italiana il vero fattore limitante al proliferare dei cervelli e della ricerca nel nostro Paese. Manca la cultura adeguata e funzionale e in assenza di essa non possono esservi opportunità neppure per i potenziali futuri Nobel. Ad esempio a Pomezia, di cui abbiamo parlato in un recente articolo, finché la cultura prevalente è stata quella dello statalismo assistenziale e parassita, dei finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno utilizzati come opportunità per fare cassa e chiudere i progetti che avevano “giustificato” l’erogazione dei fondi appena intascati, l’area era un esempio emblematico di “profondo Sud” alle porte di Roma.
Le cose stanno cominciando a cambiare con l’insediamento in loco di una imprenditoria diversa che sta ed intende stare sul mercato e per reggere e vincere la concorrenza deve essere efficiente ed innovativa, quindi contare su “cervelli” preparati ed inventivi, meglio se allevati in loco e in modo finalizzato. Poi c’è anche stata la risposta delle Autorità accademiche, degli Amministratori locali, di Organizzazioni non governative e degli studenti, ma se costoro non avessero maturato una più evoluta cultura, la sete di “cervelli” delle aziende sarebbe rimasta inappagata di fronte a chiusure culturali magari con vaghe giustificazioni amministrativo burocratiche.
Lo stesso l’iniziativa degli studenti di Ingegneria di Tor Vergata ha potuto svilupparsi e creare un collegamento stabile tra formazione e lavoro perché la cultura e la mentalità, in particolare tra gli studenti, non è più ad esempio quella di quando ero io studente ed iniziative analoghe erano state rese impossibili dalla cultura sessantottina in molte realtà ancora oggi imperante. Non a caso l’iniziativa ha attecchito ad Ingegneria, ma non trova risposta in altre facoltà della stessa Università. Questo non solo in campo tecnico e scientifico, ma anche in quello umanistico e sociale, che più risente delle ideologizzazioni. Vorrei a tal punto parlare di un evento che è stato possibile realizzare a Roma Tre.
Marco Lodi è un tecnico di quella Università con precedenti giovanili di sinistra radicale. Ha “ereditato” dal padre, combattente nella Guerra di Liberazione, la Presidenza della Sezione romana del Sodalizio di quei reduci, anzi ne è addirittura uno degli attuali Vicepresidenti nazionali. Qualche giorno fa ha inaugurato nella sede universitaria, presenti le Autorità accademiche e Politiche locali, una mostra dedicata ai Combattenti della Guerra di Liberazione. I commenti stupiti di molti studenti sono stati relativi al fatto di apprendere che alla Resistenza avevano partecipato anche i militari.
Una questione di cultura, di superamento di steccati ideologici non facili da abbattere, che ha reso possibile un evento impensabile sino a tempi molto recenti, addirittura controcorrente di fronte a certi fenomeni di stupidità che hanno caratterizzato la Ricorrenza di questo 25 Aprile. Una iniziativa importante verso il raggiungimento di una memoria condivisa, senza la quale non può esservi identità culturale e, quindi, senza una cultura evoluta ed adeguata ai tempi progresso in tutti i campi.
Fonte: Agenzia Radicale |
UNIVERSITA’
I ricercatori pronti a mobilitarsi "Ci rifiuteremo di fare lezione"
Assemblea a Milano dei docenti di terza fascia che si oppongono alla riforma Gelmini che introduce una figura a tempo determinato in carica 6 anni. "Siamo indispensabili per far funzionare gli atenei"
I ricercatori delle università italiane protestano contro la riforma Gelmini e minacciano di "rifiutare ogni incarico didattico non obbligatorio" nel caso in cui il ddl diventi legge. Parte da Milano, dove si è svolta un’assemblea con delegazioni da 32 atenei italiani, la mobilitazione dei ricercatori per far pressione sul Governo affinché sia rivista la riforma prima del suo voto in Senato, previsto il 18 maggio.
Il punto che desta maggior preoccupazione è l’introduzione nel ddl Gelmini della figura del ricercatore a tempo determinato in carica 6 anni, che al termine del periodo dovrebbe diventare professore associato oppure "ritornarsene a casa - sottolinea Alessandro Ferretti, 41 anni ricercatore all’Università di Torino - se non ci sono le risorse per assumerlo".
Questa nuova figura, però, "si scontrerebbe - evidenzia Piero Graglia della Statale di Milano - con chi già oggi fa ricerca nelle università, categoria che nella bozza Gelmini non viene nemmeno menzionata ma che è indispensabile per far funzionare l’attività formativa negli atenei. Noi ricercatori - aggiunge -copriamo il 40% della didattica ufficiale, pur non essendo obbligati per legge a svolgere tale compito". E’ proprio quella del blocco della didattica la leva per convincere il Governo a modificare la riforma: "Se il ddl Gelmini dovesse passare - aggiunge Graglia - rifiuteremo ogni incarico didattico non obbligatorio, limitandoci a tutoraggio e laboratori così come prevede la legge".
Proprio per evitare che si arrivi al muro contro muro, dall’assemblea di Milano è in elaborazione un documento unitario dei ricercatori italiani, con tutta una serie di richieste (tra cui la garanzia di maggiori fondi) che "arriverà - garantiscono - sulla scrivania del ministro Gelmini".
L’obiettivo non è "rinunciare a una riforma delle università - evidenzia Alessandro Pezzilla, ricercatore all’Università degli studi Federico II di Napoli - che è indispensabile, ma far camminare a braccetto formazione e ricerca, con una garanzia di fondi che oggi non c’è affossando di fatto ogni possibilità di crescita"
Fonte: La Repubblica
Sono molti di più dei 38.000 precari "ufficiali" censiti dal Miur. La statistica ufficiale del Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca fotografava la situazione nell’anno accademico 2008, includendo i titolari di assegno di ricerca e i docenti a contratto. Ma il fenomeno è molto più vasto e comprende una tipologia molto variegata di "cultori della materia" e post dottorato di ricerca, o di neolaureati che aspirano a una borsa di qualsiasi tipo. Questa moltitudine di "collaboratori della cattedra X" - che, a vario titolo, lavora sostanzialmente gratis - si sobbarca in molti casi una parte importante della didattica. Per gli studenti non è facile distinguere e un titolo di prof non lo si nega a nessuno. Di questo fenomeno arcinoto si occupa Manuel Massimo in un articolo su "La Repubblica" del 27 aprile. Basandosi su una valutazione sommaria fornita dall’Andu (Associazione Nazionale Docenti Universitari), l’articolo suggerisce che nel 2009 "i ricercatori precari che attualmente sono nell’Università, con un trattamento economico minimale o nullo, in condizioni di subalternità scientifica rispetto ai ‘maestri’ che li hanno reclutati" sarebbero almeno il doppio della stima ufficiale: tra i 70.000 e gli 80.000.
Fonte: step1.it
Sul palco della Scala per le celebrazioni dei 65 anni dalla Liberazione ieri è salita anche una ricercatrice, Antonella Viola, quarantenne dell’Università Statale. Applauditissima, ha lanciato un appello alle istituzioni «perchè facciano in modo che l’entusiasmo dei ricercatori italiani non vada perso», «perchè non c’è libertà con l’ignoranza e la vera libertà passa attraverso la conoscenza». In platea, ilk premier Silvio Berlusconi, il capo dello Stato Giorgio Napolitano, i politici locali. «La Liberazione - ha detto dal palco la ricercatrice - così duramente sofferta, voluta, conquistata dai nostri nonni, ci ha regalato la possibilità, a volte inconsapevole, di crescere e di formarci in un Paese in cui i concetti di libertà civile e morale fossero radicati. Il valore di ciò è inestimabile per tutti gli italiani della mia età ma lo è particolarmente per me: un ricercatore, uno scienziato, che ha dunque basato tutta la vita sulla libertà intellettuale e la passione per la conoscenza». La ricorrenza della Liberazione «deve essere l’occasione per costruire un futuro diverso, libero, in cui la politica sia sempre e solo confronto e mai scontro».
Fonte: Il Giornale
Ecco il comunicato della FLC-CGIL in merito all’incontro avvenuto il 13 aprile scorso tra i rappresentanti di ANPRI, FLC-CGIL, FIR-CISL, UIL-PA-UR,
Buon compleanno, Rita Levi Montalcini!
101 anni dedicati alla Ricerca, all’avanzamento della conoscenza dell’Umanità. Da parte nostra, una sola piccola parola, in aggiunta agli auguri: grazie!
http://www.rita101.tv/
ANPRI
Via Casilina 3L - 00182 Roma
Tel. 067012656 Fax 067012666
Email: anpri@anpri.it internet: www.anpri.it
COMUNICATO INFN DEL 21.4.2010
PRECARIATO ALL’INFN: SITUAZIONE AD ALTO RISCHIO,
MA SOLO PER RICERCATORI E TECNOLOGI
Lo scorso 13 aprile il presidente Petronzio ha incontrato tutti i sindacati per esporre la situazione e le prospettive per i contratti a tempo determinato nell’Ente. Come al solito il presidente ha voluto discutere prima del "lungo-medio termine" e di come progettare una gestione virtuosa dell’accesso dei giovani all’Ente nel futuro, e successivamente della situazione attuale e dei suoi problemi a breve termine.
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(ANSA) - ROMA, 20 APR - L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, l’ente che si occupa del monitoraggio di vulcani e terremoti in Italia, ha una grave carenza di personale che arriva al 40%. L’allarme e’ stato lanciato durante la presentazione di un video per i dieci anni dell’ente alla Camera dei Deputati. ‘’Attualmente abbiamo 582 ricercatori, ma per lavorare con tranquillita’ ed espandere le ricerche dovremmo arrivare a 815 - ha spiegato Tullio Pepe, direttore generale dell’Ingv - e’ un 40% in piu’, ma basterebbe un 10% in piu’ di fondi, stimabile in circa 5 milioni di euro'’. Il numero di ricercatori dell’ente e’ inferiore alla media europea, fa notare Pepe, anche se riesce a supportare le reti di monitoraggio di vulcani e sismi: ‘’Quelli che vorremmo assumere sono tutti ricercatori - fa notare Pepe - la nostra struttura e’ la stessa di 10 anni fa, anzi e’ scesa da 617 a 582 unita''’. Oltre ai pochi addetti, l’ente ha il problema del precariato: ‘’Ci sono 220 ricercatori che avrebbero i titoli per essere stabilizzati - spiega il direttore generale - ma sono ancora precari'’. L’Ingv, e’ emerso durante il convegno, ha un budget di 90 milioni di euro, di cui 65 da Miur e Protezione Civile e 25 dai progetti di ricerca. Una prima risposta ‘politica’ e’ venuta da Mario Tassone, presidente del Copit, il comitato parlamentare per l’innovazione tecnologica: ‘’Bisogna preparare il clima per una legge a favore dell’Ingv - ha affermato Tassone - non c’e’ dubbio che l’ente sia tra quelli che consideriamo fondamentali, ma non esiste un dibattito parlamentare su questo tema, c’e’ molta disattenzione'’.
Fonte: ANSA
Agli atenei i brevetti per le invenzioni dei ricercatori
Rita Fatiguso, Carmine Fotina
Via libera del Consiglio dei ministri al nuovo Codice della proprietà industriale. Cambia il rapporto tra università e ricerca sulla titolarità dell’invenzione, vengono inglobate le norme sulle biotech, si armonizza la normativa nazionale a quella sul Brevetto europeo, si corregge una lunga lista di errori e refusi del vecchio Codice del 2005. Il testo passa ora all’esame delle commissioni parlamentari, del consiglio di Stato e della Conferenza unificata e dovrà essere adottato definitivamente entro il 15 agosto.
Università
La novità più significativa riguarda le invenzioni che vedono la luce all’interno degli atenei e dei centri di ricerca. La titolarità passa alle università o agli enti: solo se questi non provvedono al deposito entro sei mesi, il ricercatore può depositare domanda a proprio nome. Il ricercatore ha inoltre un’opzione se l’università o l’ente, una volta depositato il brevetto, decidono di offrirlo sul mercato. I ricercatori dunque perdono, in prima battuta, la titolarità, «ma non c’è necessariamente da attendersi critiche da parte loro» spiega Giuseppe Sena, professore di diritto industriale e membro della commissione che ha lavorato al nuovo testo. «In questo modo – aggiunge Fabrizio de Benedetti, membro dell’ordine dei consulenti in proprietà industriale e altro esponente della commissione – si aggira anche ogni possibile dubbio di incostituzionalità per la discriminazione tra il regime dei ricercatori dipendenti di aziende e quelli universitari». Quanto ai dipendenti privati, poi, si stabilisce che l’«equo premio» va riconosciuto non solo quando il datore di lavoro decide di brevettare l’invenzione, ma anche nel caso in cui decida di utilizzarla solo in regime di segretezza industriale.
In tema di armonizzazione con la normativa europea, si fa un passo avanti verso l’esame preventivo della domanda da parte dell’Ufficio brevetti italiano (occorrerà prima un decreto ministeriale), ma questo potrà comportare anche il rischio di un aumento dei costi di deposito a carico dell’inventore.
Enti locali e biotech
Agli esperti è apparso meno necessario il nuovo articolo sui marchi depositati dalle amministrazioni locali, inserito comunque nel testo in coerenza con quanto stabilito nella legge delega. «Già oggi – chiarisce Sena – comuni, regioni o province possono registrare marchi», con la modifica si è solo precisato che i proventi derivanti dallo sfruttamento commerciale dovranno essere destinati al finanziamento delle attività istituzionali o alla copertura degli eventuali disavanzi pregressi. Nel Codice vengono poi trasferite le norme vigenti sulla brevettabilità delle biotecnologie.
I dati
«È una vera rivoluzione – commenta Loredana Gulino, a capo della direzione generale per la lotta alla contraffazione-Ufficio brevetti e marchi del ministero dello Sviluppo – perché, finalmente, possiamo raccordare la nostra normativa a quella internazionale. Voglio sottolineare che marchi e brevetti depositati e registrati sono in crescita, le aziende hanno ripreso a investire, a muoversi». I dati forniti dalla direzione generale all’11 marzo 2010: +2,1% le invenzioni, +4,5% i modelli, +2,2% i disegni depositati nel 2009 sul 2008. In cifre assolute svettano Lombardia, Emilia, Veneto, Piemonte, vale a dire le regioni trainanti nella ripresa economica.
Il riordino punta a ridurre i vincoli procedurali
Marella Naj Oleari
Il decreto approvato ieri dal Consiglio dei ministri apporta una serie di modifiche al codice della proprietà industriale (decreto legislativo 30/2005) adempiendo alla delega introdotta dalla legge 99/2009.
In particolare vengono corretti alcuni errori materiali e difetti di coordinamento per armonizzare il codice con le normative internazionali, come la convenzione sul Brevetto europeo e la direttiva 98/44/Ce sulle invenzioni biotecnologiche, la cui legge di attuazione (78/2006) era intervenuta dopo l’emanazione del codice.
Il decreto taglia drasticamente gli adempimenti amministrativi, ad esempio con la possibilità (ora prevista dal nuovo articolo 149) di depositare le domande di brevetto europeo corredate anziché dall’intero testo (descrizione e rivendicazioni) in italiano, da un riassunto che definisca in modo esauriente le caratteristiche dell’invenzione.
La novità più rilevante riguarda le modifiche introdotte con riferimento alle invenzioni dei ricercatori delle università e degli enti pubblici di ricerca. Il sistema a suo tempo previsto dall’articolo 65 del Codice, che viene oggi modificato, prevedeva che tutti i diritti esclusivi sulle invenzioni dei ricercatori dipendenti universitari spettassero a questi ultimi, fatto salvo il diritto delle università a una percentuale sui proventi derivanti dall’eventuale sfruttamento dell’invenzione. Il legislatore aveva infatti ritenuto che questo fosse il sistema più idoneo a favorire lo sviluppo del progresso tecnologico, se pure la stessa Commissione, all’epoca incaricata di redigere il Codice, avesse espresso più di una perplessità sul punto. Si riteneva, infatti, anche alla luce delle esperienze degli altri Paesi non solo europei, che lasciare nella sfera soggettiva dei ricercatori la decisione se investire o meno le risorse necessarie per valutare la brevettabilità dei ritrovati e per sostenerne il processo di brevettazione potesse risultare una scelta poco oculata, perché se i ricercatori non avessero avuto tali risorse da investire, parte del progresso tecnologico sarebbe rimasto in concreto privo di esecuzione. D’altra parte, il sistema voluto dalla riforma Tremonti era sorto dall’opposta considerazione che nel passato erano stati gli enti universitari a dimostrarsi poco propensi alla brevettazione delle invenzioni e al loro sfruttamento.
La modifica riconduce le invenzioni dei ricercatori nell’alveo delle invenzioni degli altri dipendenti (disciplinate dall’articolo 64 del Codice), e prevede che i diritti derivanti dall’invenzione appartengano in linea generale all’università o all’ente pubblico di ricerca, anche se al ricercatore spetta il diritto di procedere con il deposito a proprio nome nel caso l’ente sia "latitante" e non provveda al deposito entro un certo periodo di tempo, o non eserciti il suo diritto di chiedere brevetti all’estero. In sostanza si tenta una terza via, nel tentativo di trovare un equilibrio che risolva le inefficienze del passato.
Non mancano le novità anche processuali. È stata per esempio introdotta, modificando l’articolo 128 del Codice, una consulenza tecnica preventiva da richiedersi «ai fini dell’accertamento della sussistenza e della violazione del diritto», nel corso della quale, analogamente a quanto previsto dal nuovo articolo 696-bis del Codice di procedura civile, è previsto che il consulente tenti la conciliazione delle parti.
Fonte: www.ilsole24ore.com
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