Mag 29 2010

Se la ricerca è uno spreco

Categoria: Stampa Paolo Valente @ 13:10

di Rosa Ana de Santis

La manovra piomba addosso agli Istituti di Ricerca italiani ed è caos di proteste e mobilitazioni. I lavoratori non ci stanno. In ballo c’è qualcosa che non riguarda soltanto loro, ma tutto il paese, la sua gente. Il patrimonio che è in mano alla ricerca pubblica rischia di non valere abbastanza per essere custodito e tutelato. La lista degli “enti inutili” è fitta di sigle impegnate nella ricerca. Gli istituti nazionali di alta matematica, astrofisica, oceanografia e geofisica per riportare l’esempio più eclatante. E poi l’IAS (Istituto Affari Sociali) e l’ISFOL (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), che ora sembrano aver scongiurato l’ipotesi dell’azzeramento e che - pare -  saranno accorpati.

Siamo abituati a vedere i ricercatori sul tetto, come era accaduto all’Ispra, e all’Isfol li abbiamo trovati a dormire nei loro uffici, accampati tra le scrivanie, in una occupazione che è andata avanti ad oltranza, per scongiurare l’ipotesi che appariva nelle prime bozze del decreto e che ne minacciava la chiusura. Il tutto in palese contraddizione con le parole che proprio il Ministro Sacconi aveva speso sull’ISFOL definendolo una perla della ricerca italiana.

Via anche il Comitato nazionale per il medio credito, l’ICE ( Istituto Nazionale per il commercio estero) e l’Ente per la Montagna. Dopo la rincorsa disordinata di conferme e smentite, alla fine sembra che a rimanere in piedi saranno Coni Servizi e Difesa SpA, evidentemente considerate più proficue della ricerca sulla geofisica - ovvero la sismologia e la vulcanologia - che, come la cronaca e la storia insegnano, toccano da vicino il nostro territorio e non dovrebbero proprio essere considerate inutili.

L’idea, con buona probabilità, non è tanto quella di abbandonare la ricerca, ma di slegarla sempre di più dall’autorità pubblica e dal controllo dello Stato, mandandola a caccia di sponsor e originando quindi un metodo di finanziamento in cui il profitto e il business diventano la categoria predominante rispetto all’utilità, alla sicurezza e soprattutto all’onestà intellettuale che deve guidare la mano del ricercatore. Il binomio ricerca e affari non sta insieme per niente.

La povertà dell’Italia, numeri alla mano, non è tanto o solo monetaria, quanto culturale. Soltanto il 16, 4% della popolazione ha un livello d’istruzione alto e la differenza con la media europea è preoccupante. A fronte di questo scenario parlare solo di PIL è riduttivo e fuorviante. Proprio l’ISFOL nelle sue ultime ricerche ha evidenziato come sia fondamentale introdurre nelle valutazioni economiche il concetto più ampio e diffuso di BIL (benessere interno lordo) che non può considerare variabili ininfluenti quelle dell’istruzione, della ricerca o della fuga dei cervelli che mette une triste ipoteca di depauperamento intellettuale sul futuro.

Ma la manovra cancella e taglia, mentre le fiaccolate di protesta dei ricercatori proseguono. Serve un piano programmatico per la ricerca e serve soprattutto che i soldi sprecati per Alitalia e le “grandi opere” tornino ad essere investiti per l’emergenza della ricerca scientifica. Non é meno triste federe azzerati gli Istituti culturali che dalla Resistenza alla Shoah lavoravano per conservare e insegnare la memoria storica. Il passato non ha valore nella contabilità del governo, né il futuro.

E chi sente la pancia soddisfatta per la mannaia tanto invocata dai padani e da Brunetta sulla pubblica amministrazione, prima o poi capirà dalle nuove generazioni che sarebbe bastato controllo e sorveglianza per correggere i vizi della costosa macchina dello Stato, e che invece, aver cancellato la ricerca pubblica, avrà significato avere meno opportunità, appartenere ad una società in regressione e avere il sogno di andare via. Lontano da qui.

Fonte: altrenotizie.org


Mag 29 2010

"Salvate l’Isae": appello di 1.150 economisti

Categoria: Stampa Paolo Valente @ 13:04

TAGLI

L’istituto di ricerca pubblico è nell’elenco degli enti che la manovra del governo ha deciso di sopprimere. Firme da tutte le aree politiche, da università, istituzioni, settore privato e anche dall’estero

"Salvate l'Isae": appello di 1.150 economisti

ROMA - "Salvate l’Isae": per ora le firme all’appello contro la chiusura dell’istituto di ricerca pubblico, in evidenza sul suo sito (www. isae. it), sono 1.147, ma l’iniziativa è partita solo da due giorni e sono quindi destinate ad aumentare.

L’Isae è uno degli enti di cui si prevede l’eliminazione nella manovra appena varata dal governo. Ma la decisione sta provocando una sollevazione bipartisan - nel senso che ci sono firmatari di tutte le aree politiche - di economisti, studiosi, membri delle istituzioni che utilizzano i dati e le ricerche prodotti dall’istituto e non ritengono evidentemente che si tratti di un "ente inutile".

Nelle qualifiche accanto alle firme si ritrovano tutte le università italiane, pubbliche e private, dalla Sapienza alla Bocconi all’università del Molise, altri centri di ricerca come l’Isfol, il Censis, il Cer, il Cerm, l’Arel, Prometeia, il Ref, l’Istat; le istituzioni, dalla Banca d’Italia alla presidenza del Consiglio, dal ministero dell’Economia all’Istituto affari internazionali, dalla Bce alla Covip agli enti locali; il settore privato, dalla Confindustria al Cida al centro studi Italcementi, da Intesa Sanpaolo a Unicredit. E poi giornalisti e parecchie firme dall’estero, sia da università che da centri di ricerca. Ovviamente si potrebbe proseguire con l’elenco, ma già così si può avere un’idea della stima generalizzata di cui gode l’Isae.

La necessità di risparmiare costringe talvolta a scelte dolorose, ma è anche vero che a volte risparmiare in conoscenza può significare subire perdite maggiori nel futuro. Un appello da prendere molto sul serio.

Fonte: La Repubblica


Mag 29 2010

All’INGV si gioca a Risiko!

Categoria: Stampa Coordinamento Precari @ 1:21

Riproduciamo integralmente un post apparso poco fa sul sito dei precari INGV

L’inquietante Risiko degli Enti Pubblici di Ricerca

28 05 2010

Il messaggio della Manovra Finanziaria è il seguente:

  1. gli Enti Pubblici di Ricerca, funzionanti, produttivi, liberi e indipendenti … sono solo un fastidio
  2. essere lavoratori onesti e poco tutelati è una colpa da espiare col licenziamento
  3. gli eroi di questo paese sono evasori fiscali e costruttori abusivi

Ma come si fa? E al danno si aggiunge la beffa.

Sono giorni che, bozza dopo bozza, gli Enti Pubblici di Ricerca, uno alla volta,scompaiono, ricompaiono, vengono dimezzati, scorporati e re-incoroprati. Sembra di assistere ad un cinico Risiko: il CNR conquista con due carri armati il Kamchatka (cioè l’OGS, che si mobilita in assemblea permanente) e la Jacutia (cioè l’INAF). L’INGV viene attaccato dalla Protezione Civile (ricordate il famigerato Art. 12 del decreto Protezione Civile S.p.A.?), poi dal MIUR, ma si difende con tre carri armati e resiste. L’ISFOL è inizialmente soppresso, poi resuscitato e riesce a conquistare anche un continente (l’IAS, soppresso e annesso all’ISFOL). Ultimo aggiornamento: l’ISAE, soppresso e conquistato dal Ministero dell’Economia, contrattacca.

La cosa paradossale, che dimostra (a voler pensar bene) una pochezza da fare spavento, è che gli Enti Pubblici di Ricerca sono GIA’ sotto riordino per una legge delega dell’ex Ministro Mussi del governo Prodi che avrebbe dovuto iniziare l’iter 1 anno e mezzo fa. La Gelmini non solo se l’è presa comoda, ma per giunta invece di pensare e proporre alle parti un piano coerente di riordino che ha fatto? Ha delegato gli Enti a riordinarsi!!

E il governo che fa? Sovrappone ad un iter legale potenzialmente positivo uno sconclusionato, schizofrenico e raffazzonato provvedimento in manovra finanziaria. Il consenso poi lo si costruisce ad hoc, puntando sulla disinformazione dell’italiano medio cui viene dato a bere che si tratta di “Enti Inutili”. INUTILI SARETE VOI! Purtroppo anche dannosi.

Questo per quanto riguarda le soppressioni e gli accorpamenti. Poi c’è la manovra finanziaria nel suo dettaglio. Il vero schifo.

Se la manovra finanziaria restasse così com’è adesso, a prescindere da scioglimenti, soppressioni, scorporamenti e accorpamenti, per i 400 lavoratori precari dell’INGV tornerebbe lo spettro del licenziamento e per l’INGV stesso torna il rischio paralisi totale.

Dal 2011 infatti la spesa per i precari dovrebbe scendere al 50% di quella del 2009;

Il turn-over (un pensionamento = un’assunzione) è bloccato al 20% fino al 2013; considerato che noi siamo un ente con una bassa età media, potremo al limite assumere una gamba (ginocchio incluso).

Infine si riflette su di noi il taglio subito dal Dipartimento Protezione Civile (DPC), con un 30% di finanziamento in meno nella Convenzione col Dipartimento stesso.

Il primo punto per noi significa che la metà dei precari, la spina dorsale di questo Ente, quasi tutti con contratti in scadenza entro il 2011, e relative famiglie, rischiano di andarsene a casa … in un unica soluzione. Forse proprio a loro non è ancora abbastanza chiaro che questo rischio è concreto.

Il secondo punto per noi è la beffa finale. A noi serve l’autorizzazione ad assumere in DEROGA al turn-over (perché non va in pensione nessuno). Invece lo bloccano. E la nostra dotazione organica (il massimo numero di posti fissi consentito) è bloccata a 582 unità (la metà dei reali dipendenti)!

Il terzo punto: il Parlamento ha impegnato per almeno 4 volte il governo (le ultime 3 con parere favorevole del governo stesso) a risolvere la situazione paradossale in cui versa l’Ente, attraverso l’aumento della dotazione organica e l’autorizzazione ad assumere intanto gli aventi diritto (stabilizzandi). Promesse distribuite nell’arco degli ultimi due anni, ma rimaste tali.

Adesso il legislatore si mostra le vere intenzioni: mandare a casa un po’ di gente.

Nella classifica di Science Watch per il periodo 2000-2010 l’INGV risulta il terzo istituto di geofisica al mondo per numero di citazioni e pubblicazioni, dopo gli americani dell’USGS e del CALTECH e prima dei Giapponesi. E allora come giustificare provvedimenti che sviliscono la ricerca e impoveriscono il futuro di un paese?

Scriveva Cicerone duemila anni fa “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”.

Traduciamo per gli ignoranti al governo: “Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della nostra pazienza?“.


Mag 27 2010

ISTAT/RICERCA: SU SPESA ITALIA FANALINO CODA UE, FERMA A LIVELLI ANNI’80

Categoria: Stampa Paolo Valente @ 9:38

26-05-10

(ASCA) - Roma, 26 mag - Italia fanalino di coda in Europa per quanto riguarda Ricerca e Sviluppo. Secondo i dati della rilevazione Istat diffusa oggi nell’ambito del Rapporto annuale sullo stato del Paese, la spesa complessiva in R&S, stimata per il 2008 nell’1,2 per cento del Pil, presenta un valore analogo a quello raggiunto alla meta’ degli anni Ottanta, decisamente lontano dalla media europea (circa 1,9 per cento) e ancora di piu’ dal 3 per cento fissato come obiettivo per il 2010 nel Consiglio europeo di Lisbona. Il divario con il valore medio europeo e’ ancora piu’ elevato se si guarda alla spesa delle imprese: solo lo 0,6 per cento del Pil, rispetto a una media europea dell’1,2 per cento.

Solo il 37 per cento delle imprese manifatturiere italiane, infatti, conduce attivita’ di ricerca (contro il 70 per cento di quelle tedesche e il 59 per cento delle francesi) e appena il 28 per cento delle imprese produce servizi ad alto contenuto di conoscenza (ultimi nel confronto con le principali economie europee).

Il numero di ricercatori a tempo pieno presso le imprese, dopo essere aumentato di circa il 60 per cento negli anni Ottanta, e’ salito appena del 14 per cento tra il 1990 e il 2008, contro un incremento del 40 per cento della Germania.

Nello stesso periodo, in Francia il numero dei ricercatori e’ raddoppiato e in Spagna e’ addirittura triplicato.

Eppure, rileva l’Istituto, le imprese che fanno innovazione mostrano livelli e andamenti degli indicatori di performance sempre superiori rispetto alle imprese non innovatrici: maggiore produttivita’ (differenziali superiori fino al 40 per cento e crescita piu’ sostenuta nell’intervallo 2001-2008), redditivita’ lorda (+47 per cento) e intensita’ di capitale (materiale e immateriale), a fronte di un indebitamento piu’ contenuto.

Basso anche il numero delle imprese italiane con almeno 10 addetti che svolgono attivita’ di formazione continua: sono il 32,2% (nel 2005) mentre in Europa sono quasi il doppio. E solo il 25,6% delle imprese con 10-19 addetti svolge formazione, rispetto al 96,7% di quelle c on mille addetti e piu’.

mpd/cam/lv

Fonte: ASCA


Mag 27 2010

MANOVRA: PRESIDENTI ENTI RICERCA, NO TAGLI PER PRECARI E TURN OVER

Categoria: Stampa Tag Paolo Valente @ 9:36

(Agi) - Roma, 26 mag. - I Presidenti degli Enti pubblici di Ricerca, riuniti in seduta straordinaria, hanno espresso in una nota "grande disagio e preoccupazione per il profilarsi di effetti fortemente negativi relativamente all’annunciata manovra economica che, qualora venga confermata rischia di compromettere gravemente l’attivita’ specifica degli Enti con gravi ripercussioni sociali e economiche". Gli enti di ricerca, infatti, svolgono un ruolo, non solo di promozione della conoscenza, ma di trasformazione delle nuove conoscenze in benefici produttivi. Gli Enti, gia’ in difficolta’ nella competizione europea per l’assegnazione di risorse a causa del numero basso di ricercatori (3,3 per mille rispetto alla media europea del 6,6 per mille), rischiano, "se queste misure verranno confermate un’ulteriore diminuzione delle risorse a disposizione per l’intero settore della ricerca. Tra i tagli previsti e’, infatti, particolarmente rischioso quello ipotizzato del 50% del personale a tempo determinato e il blocco del Turn Over che comporteranno non solo un grave conflitto sociale ma comprometteranno seriamente anche l’operativita’ degli Enti che si avvalgono in modo essenziale di queste professionalita’ per condurre i singoli progetti di ricerca".

I Presidenti pertanto, nella consapevolezza delle obiettive difficolta’ attraversate dai sistemi finanziari di tutta l’Europa e anche, quindi, del nostro Paese, "si dichiarano disponibili a ipotesi di riorganizzazione dell’intero sistema-ricerca purche’ questo avvenga attraverso una capillare discussione e un confronto serrato con con il Governo su questi temi in modo da identificare soluzioni che non danneggino ulteriormente un settore gia’ in crisi. Allo scopo i presidenti chiedono l’indizione di una Giornata nazionale della Ricerca come luogo simbolico e concreto per un dibattito proficuo sul suo futuro".
Chiedono pertanto al Governo, nell’interesse superiore del Paese, "almeno di non abbassare il livello attuale di competitivita’ scientifica e, pertanto, di abrogare tali eventuali misure". (AGI) -

Fonte: AGI


Mag 27 2010

FINANZIARIA, INTANTO TAGLIO ALLE UNIVERSITA’ 26/5/10

Categoria: Stampa Paolo Valente @ 9:29

Il drammatico impatto della manovra sulle Università. Un documento della Rete 29 aprile (ricercatori per un’università pubblica, libera, aperta). Volentieri lo pubblichiamo

Mercoledi’ 26 Maggio 2010

Il taglio retributivo per i ricercatori universitari allʼinizio della carriera è maggiore del taglio alle retribuzioni dei parlamentari, dei ministri e dei sottosegretari di stato e dei manager pubblici. È quanto risulta dalla bozza della manovra finanziaria correttiva pubblicata dal Corriere della Sera online, con misure che vanno a colpire tutto il sistema universitario nel suo complesso e in particolare i giovani ricercatori.

a) viene confermato il prolungamento del blocco del turnover nelle assunzioni nella pubblica amministrazione fino a tutto il 2014. Per lʼuniversità, nella prospettiva dellʼuscita dai ruoli di circa 18.000 su 60.000 unità nei prossimi cinque anni, sarà semplicemente impossibile garantire gli stessi livelli di servizio e di offerta formativa.

b) I tagli al fondo di finanziamento ordinario dellʼuniversità vengono prolungati nel tempo, arrivando al 2015, prevedendo tagli per circa 860 milioni di euro (art. 94 del testo provvisorio)

c) Le progressioni stipendiali dei ricercatori, compresi quelli assunti da poco e ancora in “periodo di conferma” (periodo di prova che dura tre anni) vengono congelate dalla manovra per gli anni 2011, 2012 e 2013 (art. 14). Il ricercatore neoassunto si vedrà decurtata la retribuzione di quasi 1600 euro annui, i ricercatori in servizio da nove anni avranno un taglio pari a 4.745 euro annui.

Al confronto, la decurtazione del 10% delle retribuzioni superiori a 75.000 euro annui lordi ha effetti assai più lievi, in quanto si applica solo alla parte eccedente questa soglia. Quindi, un ricercatore neoassunto e un dirigente con uno stipendio di 91.000 euro vengono decurtati allo stesso modo, nonostante il primo guadagni meno di un terzo del secondo. Allo stesso modo, il taglio subito da un ricercatore con nove anni di anzianità è identico a quello subito da un dirigente che guadagna 122.500 euro allʼanno, ovvero quasi quattro volte di più

d) Come se non bastasse, in questo quadro di incertezza e di depauperamento – e a dispetto della necessità di “internazionalizzare” il sistema universitario italiano – viene imposto un drastico taglio alle spese per missioni allʼestero rischiando di bloccare del tutto le collaborazioni, i progetti internazionali, la partecipazione a conferenze e a riunioni essenziali per una ricerca che non voglia limitarsi al vicolo sotto casa.

Se questo scenario dovesse essere confermato dal testo definitivo della manovra, il giudizio da parte del mondo dellʼuniversità e della ricerca, e in particolare dei giovani ricercatori, non potrà che essere assolutamente negativo. Sicuramente ne rafforzerà la determinazione a mantenere lʼindisponibilità a svolgere attività didattica, già annunciata nelle scorse settimane e che provocherà il sostanziale blocco del prossimo anno accademico in pressoché tutti gli Atenei italiani.

Fonte: www.lettera22.it


Mag 26 2010

La manovra che taglia le teste alla ricerca

Categoria: Stampa Paolo Valente @ 20:02

Giuliano Rosciarelli

ISFOL. I ricercatori precari e non in protesta per i tagli al personale. Occupano la sede dell’istituto e chiedono di essere ascoltati dal governo.

Sono rimasti lì tutta la notte e non hanno certo intenzione di andarsene. Ai bagni di prima mattina la fila era già lunga, una ripulita veloce e poi ancora tutti in assemblea permanente. Il gruppo che è rimasto a dormire all’interno dei locali della sede romana era composto da una ventina di persone (in base a un accordo con l’amministrazione) il resto però si è aggiunto molto presto. C’era la rassegna stampa da preparare, una riflessione su quanto sta accadendo, calibrare le mosse giuste, le piazze da prenotare. La protesta dei dipendenti dell’Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), non accenna a placarsi, tutt’altro. Gli animi sono ancora molto accesi nonostante una notte insonne. L’esempio dell’Ispra (e della lunga  protesta sui tetti) è vivo e aiuta a trovare le forze.

Uffici e sale da meeting sono ora spoglie e prestate a una occupazione decisa lunedì da tutti sindacati  (Usi rdb, Cgil, Uil e Anpri) ad esclusione della Cisl che non partecipa, ma sostiene. Seicentotrenta dipendenti tra precari (250) e assunti a tempo indeterminato aspettano ora un incontro con il governo che proprio ieri ha avviato la discussione dal decreto ‘anticrisi’ che prevede appunto la soppressione dell’Istituto con la incorporazione del personale nei vari ministeri di competenza.

«Vogliono fare cassa sopprimendo uno dei pilastri fondamentali della ricerca italiana - ci racconta Claudia Tagliaviva, ricercatrice -. Ci considerano una spesa, un costo. Per loro non siamo remunerativi. Come si può pensare quantificare con una calcolatrice il contributo dell’Isfol? è come se ci mettessimo a contare quanto vale la scuola. Pensiamo piuttosto a quanto perderebbe la società se non ci fosse».

«Questa manovra - ci spiega il responsabile del sindacato Usi RdB dell’Isfol, Enrico Mari - pone fine alla ricerca autonoma e indipendente ed è l’inizio di uno smantellamento progressivo della Pubblica amministrazione». La decisione finale dovrebbe arrivare venerdì prossimo, nel frattempo però le voci si accavallano e rendono più snervante l’attesa. «Per quanto ne sappiamo - ci dice Lucia Zabatta, da 11 anni dipendente Isfol - anche la maggioranza non è unita in questa manovra. Ma bisogna stare attenti perché gira voce che il testo possa essere modificato e il rischio è che se oggi per chiudere l’Isfol c’è bisogno di un decreto, domani può bastare una circolare».

Occhi aperti quindi. Per questo i sindacati hanno organizzato per oggi una fiaccolata sotto al ministero dell’Economia. Giovedì è previsto un incontro con tutti i lavoratori della ricerca proprio nella sede dell’Isfol, in attesa delle telecamere di Anno Zero. C’è la solidarietà dei ricercatori dell’Istat e dell’Iss, dell’Ispra ma anche dell’Ispels e dell’Isae. Tutti hanno già fatto visita ai loro colleghi in protesta.

Fonte: Terra News


Mag 26 2010

I lavoratori Isfol occupano la sede «No ai tagli agli istituti di ricerca»

Categoria: Stampa Paolo Valente @ 8:48

LA MANIFESTAZIONE

I lavoratori Isfol occupano la sede «No ai tagli agli istituti di ricerca»

La protesta contro il licenziamento di 269 precari e l’incerto collocamento del resto del personale

I lavoratori dell'Ispra protestano sul tetto (Foto Eidon)

ROMA - Sono rimasti lì tutta la notte. I dipendenti dell’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione dei lavoratori) hanno dormito per la prima volta nella sede di via Morgagni, accampati tra le scrivanie e i tavoli da riunione. L’occupazione è stata decisa per contrastare il tentativo di soppressione dell’ente che potrebbe causare il licenziamento di 269 precari e all’incerto ricollocamento del resto del personale.

FIACCOLATA E PICCHETTI – La decisione di occupare è stata presa dal sindacato Usi RdB Ricerca (con l’appoggio di Cgil, Uil e Anpri, unica assente la Cisl) che per giovedì alle ore 18 ha organizzato una fiaccolata in via XX settembre davanti al ministero dell’Economia. Venerdì, invece, a partire dalle 10, ci sarà un presidio a piazza Montecitorio. «La manovra in discussione al governo - dice il responsabile del sindacato Usi RdB dell’Isfol, Enrico Mari - prevede l’accorpamento e il taglio degli istituti di ricerca. È la fine della ricerca autonoma e indipendente e l’inizio di uno smantellamento progressivo della pubblica amministrazione». A rischiare non è solo l’Isfol (dove soltanto un anno fa trecento persone sono state stabilizzate), ma anche Isae, Ice, Ias e l’Istituto Affari sociali.

COME L’ISPRA - La protesta dei dipendenti Isfol ricorda da vicino quella dei precari Ispra che hanno passato due mesi sul tetto del loro istituto prima di vincere la loro battaglia (http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_gennaio_21/ispra-giu-dal-tetto-precari-1602322339444.shtml). «Con il decreto in preparazione il governo non fa altro che confermare quanto già conoscevamo, cioè un’avversione senza precedenti alla ricerca pubblica» aggiunge Claudio Argentini, della Segreteria Nazionale USI-RdB Ricerca. «Con i tagli ai bilanci degli Enti di ricerca e il blocco delle assunzioni si nega qualsiasi possibilità di assunzione delle migliaia di precari storici che ancora lavorano negli enti e di fatto si decreta la fine della ricerca pubblica».

Carlotta De Leo

25 maggio 2010

Fonte: Corriere della Sera


Mag 25 2010

Anticipazioni manovra 2010

Categoria: Stampa Paolo Valente @ 17:34

Statali, metà dei precari potrebbero perdere il posto

di Luciano Costantini

ROMA (25 maggio) - Quando il termine «congelamento» può assumere il significato più concreto e circostanziato di «stangata». Nel sindacato si ammette che la crisi comporta inevitabilmente dei sacrifici, ma si insiste su un concetto: a pagare non dovranno (non dovrebbero) essere sempre i soliti noti. Questi ultimi molto spesso individuati in larga parte nei dipendenti pubblici, coloro cioè che più comunemente sono indicati come ”statali”. Dai loro ”sacrifici” e, dunque, dalla loro buste paga possono arrivare risparmi o risorse fresche (dipende dai punti di vista) per far fronte alle esigenze di cassa.

Nessuno dei dipendenti pubblici a tempo indeterminato perderà il proprio posto di lavoro ed è già un risultato in un contesto quasi drammatico per molte aziende private che, nei mesi scorsi, hanno invece dovuto espellere centinaia di migliaia di lavoratori. E probabilmente l’emorragia non è ancora stata fermata. Potrebbe saltare però almeno la metà di tutti quei lavoratori della macchina statale che magari da anni lavorano in regime di precarietà e che sono aumentati di numero negli anni. La platea da dimezzare sarebbe di circa 150.000 unità.

La stretta immaginata dal governo prevederebbe, infatti, il taglio della spesa per tutte le forme di lavoro flessibile con esclusione del settore scuola. Ne scaturirebbe un risparmio robusto che, secondo i sindacati, potrebbe essere messo ugualmente insieme solo che si tagliassero consulenze, appalti e sprechi. Poi stop al turn over del personale, cioè alle assunzioni, fino al 2013, senza alcuna deroga.

La «stangata» senza alcun dubbio colpirà tutti i dipendenti pubblici attraverso il «congelamento» dei contratti. Misura certa, non più in discussione. In pratica non verranno rinnovati gli accordi triennali 2010-2012. E se mediamente in passato i rinnovi hanno comportato 28 mesi di trattative è facile fare due conti. I contratti potrebbero essere rinnovati nel 2014. In compenso non verrebbe «congelata» l’attuale indennità di vacanza contrattuale. Sospesi, invece, fino al 2013 anche gli scatti di anzianità e gli automatismi di carriera. Per tutte le categorie. Per i dirigenti decurtazione pari al 5% delle retribuzioni per la parte eccedente i 90.000 euro e il 10% per la parte eccedente i 130.000.

Notizie non confortanti anche per i tempi della cosiddetta «buonuscita»: secondo la versione più morbida, i tempi si allungherebbero da tre a sei mesi; secondo la versione più dura, arriverebbero a tre anni con pagamento della stessa in due rate. La prima da 25.000 entro un anno, la seconda della stessa cifra entro il secondo anno, il resto negli anni a seguire. Sospese fino a tutto il 2013 le norme sui premi di risultato messe a punto dal ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta.

Le pensioni non saranno toccate. Almeno per quanto riguarda gli importi. Nel senso che gli assegni resteranno tali. Però verrebbero accelerati i tempi per innalzare l’età pensionabile delle donne fino a quella degli uomini. Insomma, per arrivare a 65 anni per tutti. L’idea sarebbe quella di far salire di un anno il requisito anagrafico per le donne ogni 18 mesi anziché ogni due anni. Il risultato finale sarebbe quello di arrivare alla parità assoluta di quota 65 nel 2016.

Fonte: Il Messaggero


Mag 22 2010

Il Paese-faina che disprezza l’Università

Categoria: Stampa Paolo Valente @ 8:44

ANTONIO SCURATI

Nel silenzio più totale, nell’indifferenza generale, è in discussione in Parlamento un disegno di legge di riforma dell’università da cui dipenderà il futuro del nostro Paese. Lo scopo dichiarato dai riformatori (il governo) è di ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, la conseguenza reale sarebbe - stando agli oppositori (quasi l’intero mondo accademico) - di condurre il sistema universitario pubblico al collasso nel giro di pochissimi anni. Il sistema universitario ha le sue colpe, ed è scarsamente difendibile, ma la cura sarebbe, in questo caso, un’eutanasia mascherata. Chi ha ragione? E’ una battaglia tra riformisti e conservatori, tra risanatori e difensori di privilegi corporativi, oppure tra difensori dell’università pubblica e suoi curatori fallimentari? «Senza alcun onere aggiuntivo».

La risposta sta tutta in questa formula burocratica, una formula che ricorre più di venti volte nel testo di legge per la riforma dell’università. Si può riformare un’istituzione grande e complessa come quella universitaria senza investire ma, al contrario, tagliando ulteriormente i già scarsi investimenti? La risposta agli interrogativi precedenti dipende da quest’ultimo e la risposta è la seguente: no, non si può. Una cura dell’organismo malato dell’università pubblica che gli sottragga linfa vitale invece di immetterne, lo farà ulteriormente deperire e finirà per ucciderlo. Per questo motivo, ha ragione chi sostiene che la vera legge sull’università è la legge finanziaria. Ci sarebbero molti aspetti condivisibili della riforma in discussione. Il punto critico, però, è che la vera riforma sta nella legge finanziaria che le impone una drastica riduzione degli investimenti, tramutando iniziative magari virtuose in risultati gravemente dannosi. Facciamo un esempio. Esempio cruciale: la ricerca. La riforma consente ai ricercatori di ottenere due contratti triennali, al termine dei quali possono concorrere all’ingresso in ruolo.

Ebbene, in un’università prospera questa normativa avrebbe l’effetto benefico di abbassare l’età di accesso alla professione della ricerca; in un’università povera avrebbe, invece, l’effetto perverso di peggiorare le condizioni di precariato e sfruttamento dei ricercatori. Dopo sei anni di apprendistato sottopagato, verrebbero mandati a casa. E il problema è che, nel nostro Paese, il quadro generale prevede un’università povera, sempre più povera. L’Italia è al ventunesimo posto nella classifica della spesa dei Paesi Ocse in ricerca e sviluppo per le grandi imprese e ancora più in basso in quella degli investimenti pubblici (s’investe l’1,18 del Pil, circa la metà della media europea). Oggi, dalle nostre parti, dopo anni di gavetta, un ricercatore universitario vincitore di concorso percepisce uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? - la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino.

E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere. Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese che manca le proprie occasioni di scoperta, depaupera i propri capitali di conoscenza, svilisce il potenziale umano dei propri giovani. Si tratta di valori inestimabili. La difesa dell’università pubblica significa, perciò, difesa di un’idea del bene comune, della prosperità futura, delle risorse non divisibili ma condivisibili. Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese prostrato, inerte, incattivito, un Paese-lucertola, immobile, guardingo, letargico, dominato dalla paura e dal risentimento.

Un Paese-faina, notturno, solitario, predace, sedotto dal richiamo della vita selvatica, in cui tutti, singoli e corporazioni, sperano di cavarsela da soli, e che per questo non ha bisogno di cultura, ricerca, immaginazione, progettazione di futuro: tutte cose che si possono fare solo insieme. Nessuno si salva da solo. Ci saranno proteste, in molte università si parla già di non far partire il prossimo anno accademico. Se questa lotta verrà vista come il tentativo di difendere i privilegi di una corporazione, l’università pubblica, lasciata sola, è destinata a morire da sola. Si accascerà al suolo, ignorata da tutti, in una via del centro, tra la folla dello shopping prefestivo. Se invece il Paese sceglierà di difenderla - e chiederà di migliorarla, certo -, perché è la sua università, il suo patrimonio, la sua ricchezza, allora questo sarà un segno che non tutto è perduto. L’alternativa è tra un futuro da sudditi di un reame di solitudini e uno da cittadini di una casa comune. Non dovrebbe essere così difficile scegliere.

Fonte: La Stampa


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